Si
è trattato allora di scegliere se lavorare sul
senso, mediante una inevitabile e limitante traduzione,
o far apprezzare il testo originale esaltandone la musicalità.
Coerente con la mia poetica ho deciso per la seconda
soluzione, scartando i tentativi di mediazione che avrebbero
indebolito sia il senso sia il suono.
Ho pensato che se il problema della comprensibilità
era possibile risolverlo rimandando lo spettatore a
una lettura della traduzione, era invece per me essenziale
proporre il testo in versione originale affiancandolo
alla forza delle immagini che ne avrebbero amplificato
le possibilità interpretative e comunicative.
Da molto tempo infatti la mia concentrazione si è
sviluppata soprattutto in direzione di una ricerca di
linguaggio in grado di esprimersi al di là dell’uso
della parola e di produrre, di conseguenza, una comunicazione
"aperta", transnazionale, universale.
Affronto ora, con questo lavoro, una lingua come il
pavano che apparentemente è comunicazione "chiusa",
morta, ristretta a un territorio circoscritto e per
di più in uso a una classe scomparsa. Il mio
interesse va proprio verso questo linguaggio che, al
di là di una facile comprensione, diviene quell’insieme
inseparabile di suoni e gesti talmente onomatopeici
ed espressivi da diventare "naturalmente"
teatro. Puro gesto-suono che non descrive, ma è,
che non rappresenta, ma fa vivere emozioni.
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