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  home / teatrografia / 1991 / fuore de mi medesmo                

Si è trattato allora di scegliere se lavorare sul senso, mediante una inevitabile e limitante traduzione, o far apprezzare il testo originale esaltandone la musicalità. Coerente con la mia poetica ho deciso per la seconda soluzione, scartando i tentativi di mediazione che avrebbero indebolito sia il senso sia il suono.

Ho pensato che se il problema della comprensibilità era possibile risolverlo rimandando lo spettatore a una lettura della traduzione, era invece per me essenziale proporre il testo in versione originale affiancandolo alla forza delle immagini che ne avrebbero amplificato le possibilità interpretative e comunicative. Da molto tempo infatti la mia concentrazione si è sviluppata soprattutto in direzione di una ricerca di linguaggio in grado di esprimersi al di là dell’uso della parola e di produrre, di conseguenza, una comunicazione "aperta", transnazionale, universale.

Affronto ora, con questo lavoro, una lingua come il pavano che apparentemente è comunicazione "chiusa", morta, ristretta a un territorio circoscritto e per di più in uso a una classe scomparsa. Il mio interesse va proprio verso questo linguaggio che, al di là di una facile comprensione, diviene quell’insieme inseparabile di suoni e gesti talmente onomatopeici ed espressivi da diventare "naturalmente" teatro. Puro gesto-suono che non descrive, ma è, che non rappresenta, ma fa vivere emozioni.

   
             
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