L'artista
Rublëv è un monaco e monaco significa separato.
Essere separati ma allo stesso tempo essere in contatto
con la realtà attraverso il proprio fare arte.
Chiusi e contemporaneamente aperti al mondo, divisi
tra desiderio di appartenenza e necessità di
isolamento.
"... una sorta di atelier kantoriano, con funi,
assi, una porta vagante, una trave incombente. All'inizio
e alla fine del sogno del protagonista appare una schiera
di rossi corifei, prima descrivendo una battaglia, una
carneficina che concede all'artista di reagire soltanto
con la voce senza parole del suo violoncello, infine
per annunciare l'Apocalisse... Tra i due si snoda la
storia, o meglio il sogno, o meglio ancora la sequenza
di interni mentali di Andrej e dei suoi compagni, pittori
di icone e affrescatori di chiese..."
"... si tratta di una psicomachia. Di una lotta
interiore, di una riflessione sulla santità come
desiderio e la sensualità come tentazione, una
lacerazione che - sembra dire Sambin - forse soltanto
nell'arte si può ricomporre."
Antonio Attisani
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