Nel
corso del tempo abbiamo messo a fuoco che teatro carcere
è innanzitutto l'incontro di due tensioni, la
nostra di artisti e la loro di persone temporaneamente
private della libertà; che per costruire qualcosa
è indispensabile trovare un luogo comune dal
quale partire; che è vitale condurre gli attori-detenuti
non a parlare di sè direttamente, non a raccontare
la propria condizione, ma piuttosto a tentare di avvicinarsi
al luogo in cui ogni uomo si riconosce simile al di
là delle possibili differenze.
Il primo approccio con la vicenda Otello è stato
attraverso P.P. Pasolini e il suo "che cosa sono
le nuvole?". Da questo breve e geniale episodio
cinematografico abbiamo preso lo spunto per ricostruire
un'ennesima storia del Moro. I sentimenti espressi dai
personaggi si sono mescolati alle storie personali degli
attori; la vicenda si è scarnificata riempiendosi
della semplicità delle loro parole e della forza
comunicativa dei loro volti.
Volti e parole hanno preso il posto delle azioni: la
camera rimane sempre stretta su primi piani e gli occhi
ci guardano senza tregua e ci rendono partecipi anche
dei dialoghi più intimi. Lo spettatore è
portato così all’interno del meccanismo
drammaturgico.
|